🔥 Falò di San Basso: quando il patrimonio produce futuro
la storia di un'opportunità
che Termoli aveva già iniziato a costruire.
«Il passaggio da Poggio Mirteto a Termoli rafforza oggi una rete tra territori che condividono la ricchezza del patrimonio immateriale, coinvolgendo studenti, scuole e amministrazioni locali in un percorso di cittadinanza attiva, legalità, memoria e innovazione.»
Martina Micco – studentessa dell'Istituto Alberghiero "Federico di Svevia" di Termoli
La tradizione non si vieta. Si organizza. E si educa.
Negli ultimi giorni il dibattito sui falò di San Basso ha riportato al centro dell'attenzione un tema importante.
Come conciliare sicurezza, tutela dell'ambiente e rispetto di una tradizione profondamente radicata nella comunità?
La proposta avanzata da Andrea Montesanto parte da un principio condivisibile: superare la logica del divieto generalizzato e costruire un modello fondato su regole, responsabilità, aree dedicate e tutela del territorio.
È una riflessione seria, che merita attenzione, ma leggendo quel dibattito è nata una domanda.
E se Termoli avesse già iniziato a costruire una risposta ancora più ampia?: non soltanto un modello organizzativo, ma un percorso educativo capace di mettere insieme scuola, Università, patrimonio culturale, nuove tecnologie, ricerca, cinema, cittadinanza attiva e partecipazione delle comunità.
È questa la storia che vogliamo raccontare, una storia documentata, fatta di persone, idee, studenti, dirigenti scolastici, amministratori, docenti universitari e rappresentanti delle istituzioni che, in momenti diversi, hanno condiviso una visione comune. Non per difendere una tradizione, ma per trasformarla in un'opportunità di crescita culturale, educativa e territoriale.
Per comprenderla dobbiamo tornare all'11 aprile 2025, perché la memoria, quando è documentata, può aiutare una comunità a immaginare il proprio futuro.
Quando una scuola accende una rete
L'11 aprile 2025, nella Sala Consiliare del Comune di Termoli, prende forma un percorso destinato ad andare ben oltre la presentazione di un progetto scolastico: nasce "Sulle Rotte del Fuoco", un'iniziativa che mette in relazione scuole, istituzioni, patrimonio culturale, comunità locali e territori diversi, con un obiettivo preciso: fare dei giovani i protagonisti della valorizzazione del patrimonio culturale immateriale.
È la studentessa Martina Micco ad aprire i lavori, presentando la Proposta di Intesa tra Comunità, un documento operativo capace di mettere in dialogo cultura, legalità, economia, turismo ed enogastronomia in una visione condivisa di sviluppo del territorio.
L'11 aprile 2025 nessuno immaginava di discutere anche di una festa. Si parlava di: scuola, patrimonio, paesaggio, cittadinanza, giovani.
Si parlava di futuro e proprio per questo quel progetto continua ancora oggi a parlare al presente.
Il patrimonio non si studia. Si vive.
Se "Sulle Rotte del Fuoco" fosse stato semplicemente un progetto dedicato ai riti del fuoco, probabilmente oggi non ne parleremmo.
La sua ambizione era molto più ampia: l'obiettivo era trasformare il patrimonio culturale in un laboratorio permanente di educazione, ricerca, cittadinanza attiva e sviluppo del territorio.
Per questo motivo, fin dall'inizio, il progetto coinvolse scuole, amministrazioni, associazioni, Università e comunità locali, non per aggiungere un'attività al calendario scolastico, ma per cambiare il modo di imparare.
Fu la dirigente scolastica Valentina Bertazzoli, dell'IIS "Gregorio da Catino" di Poggio Mirteto (RI), a sintetizzare con estrema chiarezza il senso di quel percorso.
«Non basta parlarne a scuola, non basta dirlo, ma bisogna farci lavorare i ragazzi e far vivere ai ragazzi il territorio.»
In quella frase era già racchiusa l'anima di Mangia Fuoco: il territorio non come argomento di studio, ma esperienza. Come luogo da conoscere, attraversare, documentare e custodire.
Lo stesso concetto venne sviluppato dalla docente del Gregorio da Catino, Roberta Pastorelli, che raccontò l'esperienza del progetto Il diritto alla bellezza.
Un percorso nato per accompagnare gli studenti fuori dalle aule, nei paesi e nei luoghi della loro quotidianità, affinché potessero riscoprire il patrimonio naturale, storico e culturale che li circondava.
Da quell'esperienza, spiegò, nacque qualcosa di ancora più importante: percorsi diversi iniziarono a incontrarsi perché condividevano la stessa idea di scuola, di territorio e di cittadinanza.
Anche l'Istituto Nautico "Ugo Tiberio" offrì un contributo originale.
L'idea non era utilizzare la tecnologia come fine ma metterla al servizio del patrimonio.
Il professor Mario Antonello Maselli spiegò come il Nautico avesse scelto di valorizzare le competenze sviluppate dagli studenti attraverso l'utilizzo dei droni.
«Abbiamo pensato che, avendo noi a scuola i droni, potevamo unire la tecnologia alle nuove competenze per fare qualcosa di utile guardando al passato.»
Aggiunse una frase destinata a rimanere una delle immagini più forti dell'intero progetto.
«Solo se usate il territorio su cui camminate...»
Quelle parole non rappresentavano soltanto un invito agli studenti, descrivevano un metodo: conoscere, documentare, proteggere, restituire valore.
Un'opportunità concreta
Rilette oggi, quelle riflessioni assumono un significato ancora più attuale.
Le competenze sviluppate dagli studenti dell'Istituto Nautico – dal rilievo con i droni alla documentazione audiovisiva del territorio – avrebbero potuto rappresentare una risorsa concreta anche per accompagnare la valorizzazione delle tradizioni legate a San Basso, non per sostituire l'esperienza delle associazioni, delle istituzioni o dei volontari, ma per affiancarla con strumenti innovativi, coinvolgendo i giovani nella documentazione, nella promozione culturale, nel monitoraggio ambientale e nella narrazione del patrimonio immateriale.
Era proprio questa la forza di "Sulle Rotte del Fuoco": non limitarsi a conservare una tradizione, ma insegnare alle nuove generazioni a comprenderla, raccontarla e trasformarla in una risorsa per il futuro.
Dalla Costituzione al patrimonio
A questo punto "Sulle Rotte del Fuoco" aveva ormai assunto una dimensione che andava oltre il progetto scolastico.
Non si trattava più soltanto di valorizzare una tradizione, si trattava di comprendere perché il patrimonio culturale rappresenti una responsabilità verso le generazioni future.
Fu Ezio Sina, Presidente nazionale di APIDGE e ex Ispettore del Ministero della Cultura, a riportare il dibattito al suo fondamento più alto.
Aprì il suo intervento con un gesto che racconta il suo modo di intendere l'educazione.
«Io comincio tutti i miei interventi facendo leggere l'articolo 9 della Costituzione.»
Non era una formula rituale. Era un invito a comprendere che il patrimonio culturale, il paesaggio, l'ambiente e la biodiversità non appartengono soltanto alla memoria di un territorio.
Sono valori che la Repubblica riconosce e tutela nell'interesse delle future generazioni.
Per questo Sina aggiunse una frase destinata a rimanere impressa.
«I primi dodici articoli della Costituzione sono sangue, oltre che fuoco. Sono parte del nostro DNA.»
In quel momento il progetto cambiava ancora prospettiva. Il fuoco non era più soltanto una tradizione, diventava patrimonio culturale.
Il contributo dell'Università del Molise
Quella visione non nasceva dal nulla.
Era il risultato di un percorso costruito negli anni precedenti grazie alla collaborazione tra l'Osservatorio Molisano sulla Legalità, Mangia Fuoco e l'Università degli Studi del Molise.
Durante il suo intervento, Nicola Frenza richiamò le riflessioni maturate dalla prof.ssa Letizia Bindi nel corso delle attività PCTO sviluppate con gli studenti del Nautico di Termoli, ricordando come il patrimonio culturale possa diventare uno straordinario strumento di inclusione, ricerca e cittadinanza attiva.
L'idea era semplice ma rivoluzionaria: non limitarsi a studiare il patrimonio ma: imparare a viverlo, ascoltarlo, documentarlo, metterlo in relazione con altri territori e con altre comunità.
Era questo il significato più profondo del lavoro avviato con gli studenti.
Anche Eduard Ruvolo, assessore alla cultura del Comune di Poggio Mirteto, offrì una chiave di lettura destinata a diventare uno dei pilastri dell'intero percorso.
«Cos'è che unisce il fuoco e il paesaggio? Sono i due elementi portanti di questa futura possibile rete che vogliamo mettere in atto.»
In quella frase era già contenuta una delle intuizioni più importanti di Mangia Fuoco: il fuoco non come semplice elemento della festa, ma come occasione per leggere il paesaggio, la storia, l'identità e le relazioni tra comunità diverse.
A chiudere questo percorso di riflessione fu Maurizio Santilli, coordinatore del progetto "Sulle Rotte del Fuoco" per l'Istituto Alberghiero "Federico di Svevia" di Termoli e consigliere comunale di maggioranza presso il Comune adriatico.
Fu lui stesso a spiegare di intervenire in una duplice veste: docente e rappresentante delle istituzioni cittadine.
Il suo messaggio fu rivolto soprattutto ai ragazzi.
«Questi progetti... sono soltanto l'inizio. Noi andremo nel tempo a potenziarli.»
E concluse con una riflessione che oggi assume un significato particolare.
«Oggi partiamo, ma da qui ai prossimi anni è soltanto una costruzione progettuale, una costruzione di idee e di cose che faremo insieme.»
Quelle parole raccontavano una convinzione condivisa da tutti gli interventi della giornata.
Il patrimonio culturale non era visto come un'eredità da conservare passivamente. Era una responsabilità da costruire insieme, scuola dopo scuola, comunità dopo comunità, territorio dopo territorio.
Quando un progetto supera i confini del territorio
Nel frattempo, mentre a Termoli prendeva forma la rete "Sulle Rotte del Fuoco", il progetto aveva già dialogato con una realtà che da anni utilizzava il cinema come strumento di promozione culturale e valorizzazione dei territori.
L'incontro con l'International Tour Film Festival (ITFF) non rappresentava una semplice collaborazione; apriva una prospettiva nuova: fare di Termoli uno dei nodi di una rete capace di mettere in relazione patrimonio culturale, scuola, cinema, turismo, ricerca e comunità.
Fu il presidente dell'International Tour Film Festival, Piero Pacchiarotti, a cogliere immediatamente le potenzialità di quel percorso.
Parlò della possibilità di costruire un vero ponte culturale tra Adriatico e Tirreno, mettendo in relazione esperienze, comunità e territori diversi.
Poi pronunciò una frase che, riletta oggi, assume un significato particolare.
«Questo progetto può avere una visibilità importantissima.»
Non era un incoraggiamento di circostanza. Era il riconoscimento, da parte di una manifestazione internazionale, del valore educativo e culturale di un percorso nato nelle scuole.
Pacchiarotti spiegò anche quale potesse essere il contributo del cinema.
«Il cinema è uno strumento potente. Serve a salvaguardare la memoria, l'identità e a valorizzare le nostre specificità.»
In quelle parole ritroviamo uno dei principi fondanti di Mangia Fuoco: il patrimonio culturale non è soltanto qualcosa da conservare. È qualcosa da raccontare. Da condividere. Da trasmettere.
Pochi mesi dopo, quel percorso ricevette una conferma importante: gli studenti del Nautico e dell’Alberghiero coinvolti nel progetto vennero premiati nell'ambito dell'International Tour Film Festival.
Quel riconoscimento non rappresentava soltanto un premio. Era la dimostrazione che il lavoro svolto nelle scuole aveva già iniziato a produrre risultati concreti, capaci di uscire dai confini regionali e di essere riconosciuti anche in un contesto nazionale.
Fu un momento simbolico, perché mostrava come un progetto nato attorno ai patrimoni culturali immateriali potesse dialogare con il cinema, con la comunicazione e con nuove forme di promozione del territorio.
Una prospettiva che guardava lontano
Rileggendo oggi quella giornata emerge con chiarezza un elemento: nessuno immaginava "Sulle Rotte del Fuoco" come un evento isolato.
L'orizzonte era molto più ampio perché si parlava di reti tra comunità, di percorsi educativi permanenti, di nuove competenze per gli studenti, di valorizzazione del patrimonio culturale, di collaborazione tra scuole, Università, istituzioni e festival.
In altre parole, si stava costruendo una visione nella quale la cultura non era il punto di arrivo. Era il punto di partenza. Ed è proprio da questa visione che nacque la Proposta di Intesa tra Comunità, destinata a segnare uno dei passaggi più significativi dell'intero percorso.
Una proposta, due comunità, due strade
L'11 aprile 2025, nella Sala Consiliare del Comune di Termoli, non venne presentato soltanto un progetto, venne presentata una Proposta di Intesa tra Comunità.
Non un protocollo destinato a rimanere sulla carta, ma un documento operativo pensato per mettere in relazione scuole, istituzioni, associazioni, Università, comunità locali e territori diversi, nella convinzione che il patrimonio culturale potesse diventare uno strumento di educazione, partecipazione e sviluppo.
Fu la studentessa Martina Micco ad annunciarlo in apertura dei lavori.
«Durante quest'evento verrà presentata la Proposta di Intesa tra Comunità, un documento operativo che unisce cultura, legalità, economia, enogastronomia e turismo, in un dialogo costante tra tradizioni e futuro.»
Quelle parole spiegavano perfettamente la visione del progetto. Non si parlava semplicemente di riti del fuoco. Si parlava di costruire una comunità educante attorno al patrimonio culturale.
Ad approfondire quel concetto fu la dirigente scolastica del Nautico e reggente dell'Alberghiero di Termoli, Concetta Cimmino.
Una frase del suo intervento riassume ancora oggi il senso dell'intera iniziativa.
«Più che rete, si parla di comunità.»
Subito dopo aggiunse parole che sembrano scritte per il presente.
«Lanciare ponti contro i muri che si costruiscono è una delle nostre funzioni precipue come scuola.»
Era una visione della scuola che andava oltre la didattica. Una scuola capace di costruire relazioni, di mettere in comunicazione persone, territori e generazioni.
Anche il sindaco di Poggio Mirteto, Andrea Arcieri, colse immediatamente il significato di quel percorso.
«Questo progetto nasce dalla scuola.»
E spiegò come proprio da quell'incontro fosse emersa la possibilità di costruire un progetto più ampio, capace di coinvolgere intere comunità e di far dialogare territori diversi attraverso il patrimonio culturale.
Un fatto documentato
Fu in quel contesto che si verificò un passaggio destinato a segnare il futuro del progetto.
L'Istituto "Gregorio da Catino" di Poggio Mirteto aderì immediatamente alla Proposta di Intesa tra Comunità, scegliendo di proseguire il percorso insieme agli altri partner coinvolti.
Da quel momento, le esperienze dei due territori iniziarono a seguire strade differenti.
Non è questa la sede per attribuire responsabilità, né per formulare giudizi. È sufficiente ricordare i fatti.
La Proposta di Intesa era stata presentata pubblicamente, i suoi obiettivi erano stati illustrati nel corso dell'incontro, le adesioni erano possibili.
Ed è in quel momento che il progetto ha continuato il proprio cammino attraverso nuove collaborazioni, nuove scuole e nuove comunità.
Una riflessione
Rileggendo oggi quella giornata, colpisce un elemento: nessuno immaginava una rete costruita attorno a un singolo evento.
L'obiettivo era molto più ambizioso: costruire una comunità capace di trasformare il patrimonio culturale in uno strumento permanente di educazione, cittadinanza e sviluppo.
Ed è proprio da questa consapevolezza che nasce la domanda con cui vogliamo chiudere questo racconto.
E oggi? Una domanda che riguarda il futuro
A distanza di tempo, il dibattito sui falò di San Basso è tornato al centro dell'attenzione pubblica.
È un confronto importante. La sicurezza, la tutela dell'ambiente, il rispetto degli spazi pubblici e la salvaguardia di una tradizione che appartiene alla memoria collettiva della città meritano attenzione, equilibrio e responsabilità.
La proposta avanzata in questi giorni di superare la logica del divieto per puntare su regole condivise, aree dedicate e maggiore organizzazione rappresenta un contributo serio al dibattito.
Ma la storia che abbiamo raccontato aggiunge un tassello ulteriore, perché, rileggendo oggi le parole pronunciate l'11 aprile 2025, emerge con chiarezza un elemento: quasi nessuno parlava soltanto di falò ma di scuola, giovani, patrimonio culturale, ricerca, nuove tecnologie, paesaggio, comunità, futuro.
È forse questa la domanda che oggi dovremmo porci: può una tradizione diventare anche un laboratorio permanente di educazione, cittadinanza attiva e sviluppo del territorio?
Le esperienze raccontate in queste pagine e nella playlist ‘Dalle Sentinelle del Territorio alle Rotte del Fuoco’ sul canale YouTube di Mangia Fuoco, dimostrano che quella strada era già stata immaginata, on come alternativa alla festa, ma come suo naturale completamento.
Il fuoco si spegne. Le idee no.
Le fiamme di un falò illuminano una notte.
Le idee, quando vengono condivise, studiate e vissute da una comunità, possono illuminare intere generazioni.
Questa non è la storia di un progetto concluso. È la storia di un percorso che ha dimostrato come scuole, studenti, Università, istituzioni e comunità possano lavorare insieme per trasformare una tradizione in una risorsa educativa, culturale e territoriale.
Le testimonianze, i documenti, le immagini e i video raccolti in queste pagine raccontano una realtà: esisteva già una visione!
Una visione che metteva al centro i giovani, il patrimonio culturale e la collaborazione tra territori.
Oggi quella visione può ancora essere ripresa, aggiornata e arricchita, perché il patrimonio culturale produce futuro quando trova persone capaci di riconoscerne il valore e comunità disposte a costruirlo insieme.
È con questo spirito che continuiamo ad applicare il Protocollo Mangia Fuoco: non per custodire la cenere, ma per continuare ad alimentare il fuoco.
Ideatore del progetto Mangia Fuoco – Accendere memorie, coltivare futuro
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