Antonio Del Vecchio, il Fuoco Madre e il Protocollo Mangia Fuoco
Nel febbraio del 2023, quando raggiungemmo il Centro Vivaistico "Le Marinelle" di Petacciato per ritirare gli alberi e gli arbusti - messi a disposizione dall’amministrazione del capoluogo e destinati ai primi laboratori di Mangia Fuoco - pensavamo di ricevere semplicemente alcune giovani piante.
Con il passare del tempo abbiamo capito che Antonio Del Vecchio ci stava affidando molto di più: fiducia, fiducia che chiedeva di essere onorata non con le parole, ma con i comportamenti.
Da quel giorno abbiamo cercato di fare proprio questo durante i laboratori realizzati negli Istituti "Sandro Pertini" e "IPIA di Campobasso. Poi, anno dopo anno, tornando negli stessi luoghi per prenderci cura di ciò che avevamo contribuito a far nascere.
Questo post non è un ricordo, ma una restituzione, perché crediamo che ogni progetto trovi il suo significato più autentico quando, a distanza di tempo, si ha il coraggio di tornare, guardare negli occhi le persone che ci hanno dato fiducia e dire, con semplicità:"Abbiamo cercato di onorare l'impegno che avevamo assunto."
Affidare
Molti conoscono Antonio Del Vecchio come il direttore del Centro Vivaistico "Le Marinelle." Noi, con il tempo, abbiamo imparato a conoscerlo anche come un uomo capace di trasmettere rispetto per gli alberi, per il territorio e per il lavoro silenzioso di chi, ogni giorno, prepara il futuro senza cercare visibilità.
Prima ancora di caricare sul furgone alberi e arbusti, Antonio ci accompagnò tra i vivai, raccontandoci il valore di quelle piante, il tempo necessario perché crescessero e la responsabilità che ciascuna di esse avrebbe affidato a chi l'avrebbe messa a dimora.
In quel momento non potevamo immaginare quanto quelle parole avrebbero inciso sul nostro percorso.
Guardando oggi il video "Il maestro degli alberi | Antonio Del Vecchio prepara il primo laboratorio di Mangia Fuoco", ci rendiamo conto che non stavamo documentando semplicemente il ritiro di alcune piante. Stavamo registrando uno dei momenti fondativi di Mangia Fuoco.
Per questo abbiamo scelto di conservare e riproporre quelle immagini che raccontano l'inizio di una storia che, tre anni dopo, continua a parlare attraverso gli alberi che sono cresciuti, quelli che non ce l'hanno fatta e quelli che continuiamo ad accompagnare con la stessa cura con cui ci furono affidati.
Coltivare
Non si trattava semplicemente di mettere a dimora arbusti e alberi. L'obiettivo era diverso: volevamo che studenti, docenti e volontari vivessero un'esperienza capace di lasciare un segno, perché insegnare significa proprio questo: lasciare segni, comprendendo che prendersi cura di un albero significa imparare a prendersi cura anche del luogo in cui si vive e in fondo, della comunità di cui si fa parte.
Al "Sandro Pertini" iniziammo con la pulizia dell'area destinata ai laboratori. All'IPIA gli studenti prima pulirono l’area e poi parteciparono alla messa a dimora delle giovani piante, condividendo un'esperienza che univa lavoro manuale, collaborazione e responsabilità.
Quelle giornate non produssero soltanto alberi piantati. Produssero relazioni, fiducia e un modo diverso di intendere l'educazione.
Tornare
Terminati i laboratori, qualcuno avrebbe potuto pensare che il nostro compito fosse concluso.
Per noi, invece, era appena cominciato in quanto le piante, adesso, chiedevano: tempo, acqua, cura, presenza. Così in questi tre anni, siamo tornati più e più volte, non per controllare ma per prenderci cura.
Ogni visita è stata un'occasione per osservare, liberare le giovani piante dalle erbe infestanti, portare acqua durante i periodi più caldi e verificare che quel piccolo patrimonio continuasse a crescere.
È stato proprio in quei ritorni che abbiamo compreso una cosa semplice: piantare un albero è un gesto, prendersene cura è una scelta. È una scelta che si rinnova ogni volta che decidiamo di tornare.
Anche quest'estate continueremo a farlo, finché il caldo lo renderà necessario, torneremo per portare acqua a questi esseri viventi e poi continueremo a tornare, stagione dopo stagione, non perché qualcuno ce lo chieda, ma perché riteniamo che ciò che ci è stato affidato meriti di essere custodito nel tempo.
Comprendere
All'inizio pensavamo che il nostro obiettivo generale fosse quello di «formare uomini, maschi e femmine». Con il tempo abbiamo capito che, prima ancora di insegnare, stavamo imparando insieme.
Ogni pianta che cresceva, ogni pianta che faticava, ogni intervento di manutenzione ci ricordavano che la cura non è un gesto straordinario ma un comportamento ordinario fatto di mani che tornano, osservano, annaffiano, liberano una pianta dalle erbacce e continuano a custodire.
Riflettendo su questi gesti abbiamo scoperto che non erano soltanto azioni pratiche perché ci riportavano a una delle idee più antiche della nostra cultura giuridica: il mancipium - che richiama il gesto del manus capere: assumere pubblicamente una responsabilità - e la manutenzione, il manu tenere, il custodire nel tempo attraverso le proprie mani. E la manutenzione ci ricorda una verità semplice: le mani non servono soltanto a prendere. Servono soprattutto a custodire.
Se questo percorso aiuterà ciascuno a diventare più libero e più consapevole non saremo noi a dirlo ma è questa la direzione che, fin dall'inizio, abbiamo cercato di percorrere insieme.
Da questa consapevolezza sono nati i due video Lezioni di Vita.
Sentivamo che non bastava parlare di cura, dovevamo essere noi i primi a dimostrare che facevamo sul serio.
Le parole, da sole, non bastano: sono i comportamenti che educano, molto più dei discorsi.
Per questo siamo tornati, anno dopo anno, continuando a prenderci cura degli alberi che Antonio Del Vecchio ci aveva affidato.
E in quelle occasioni ci siamo accorti che la domanda non era più: «Come stanno crescendo gli alberi?» ma era diventata: «Come stiamo crescendo noi?»
È stata questa la riflessione che, poco alla volta, ha iniziato a dare forma a ciò che oggi chiamiamo Protocollo Mangia Fuoco.
Interrogarsi
Proprio mentre stavamo completando questo articolo siamo tornati ancora una volta all’IPIA.
Ci siamo accorti di qualcosa che non ci aspettavamo: il pannello che raccontava quella esperienza era stato distrutto.
Per qualche istante siamo rimasti in silenzio. Gli alberi erano lì e continuavano a vivere e crescere. È stato impossibile non porci due domande:
perché qualcuno sente il bisogno di distruggere un pannello e non le piante?
che cosa possiamo imparare anche da questo?
Abbiamo scelto di non fermarci all'amarezza e meno che mai a cercare colpevoli.
Se un giorno quel pannello tornerà al suo posto, vorremmo che fosse soprattutto il segno di una comunità che ha scelto di ricominciare, non semplicemente di sostituire ciò che è stato danneggiato perché un pannello si può ricostruire. Una coscienza civica si può soltanto educare.
Custodire
Rileggendo questo percorso ci siamo resi conto che il Protocollo Mangia Fuoco non è nato quando gli abbiamo dato un nome, è nato molto prima:
ogni volta che qualcuno ha scelto di assumersi una responsabilità senza aspettarsi nulla in cambio
quando Antonio Del Vecchio ci ha affidato quelle giovani piante
quando gli studenti hanno accettato di mettersi in gioco
quando i docenti hanno trasformato un'attività scolastica in un'esperienza educativa
quando il professor Rocco Cirino e i volontari dell'Osservatorio Molisano sulla Legalità hanno messo a disposizione il proprio tempo e il proprio esempio
quando siamo tornati, anno dopo anno, per continuare a prenderci cura di ciò che avevamo contribuito a far nascere.
È stato allora che abbiamo iniziato a comprendere anche il significato del Fuoco Madre. Non soltanto il fuoco che viene custodito per essere trasmesso, ma ogni bene ricevuto in affidamento:
un albero
un sentiero
una memoria
una scuola
una comunità
un patrimonio materiale o immateriale
perché custodire significa riconoscere che ciò che abbiamo ricevuto non è nostro, ma ci è stato affidato perché possa continuare a vivere anche dopo di noi.
Restituire
Quando abbiamo iniziato questo viaggio pensavamo di raccontare la storia di alcuni alberi.
Alla fine ci siamo accorti che stavamo raccontando la storia di tante persone.
A ciascuno di loro sentivamo il dovere di restituire ciò che il tempo ha reso possibile.
Le foto e i video che accompagnano questo post mostrano ciò che le parole, da sole, non riuscirebbero a raccontare.
Alcune piante sono cresciute, altre non hanno resistito.
Noi, però, abbiamo continuato a crederci, a tornare e continueremo a farlo e finché sarà necessario porteremo acqua, libereremo le piante dalle erbacce e ci prenderemo cura di questo luogo.
Non perché qualcuno ce lo abbia chiesto, ma perché è questo il significato che attribuiamo alla parola custodia.
Se queste pagine riusciranno a trasmettere anche solo una parte di ciò che abbiamo imparato in questi tre anni, allora la restituzione avrà raggiunto il suo scopo.
Nicola Frenza
Ideatore e coordinatore del progetto Mangia Fuoco
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