🔥 Nasce Mangia Fuoco | Capitolo 15 – La pianta giusta al posto giusto

 

Quando le fiamme si spengono, il lavoro non è finito. In molti casi, è appena cominciato.

Paola Fortini, botanica dell'Università degli Studi del Molise, porta nel percorso di Mangia Fuoco una domanda fondamentale: che cosa bisogna fare a fiamme spente?

La risposta sembra semplice: ri-costruire, ma per ri-costruire bisogna prima conoscere.

Un'area incendiata è ancora un ecosistema

Dopo il passaggio del fuoco siamo abituati a vedere un territorio danneggiato con alberi bruciati, suolo annerito, vegetazione scomparsa.

Ma un'area incendiata non è una superficie vuota: è ancora un ecosistema complesso formato da comunità vegetali, specie diverse, relazioni biologiche e condizioni fisiche e chimiche che devono essere studiate prima di qualsiasi intervento.

Per comprendere il danno bisogna raccogliere informazioni e valutare se la perdita di biodiversità sia reversibile oppure irreversibile.

Non esiste semplicemente “il bosco”

  • Bosco di roverella
  • Bosco di cerro
  • Faggeta
  • Lecceta

sono parole utili, ma non raccontano tutta la biodiversità presente in un territorio perchè dietro l'immagine di un bosco esistono decine di specie vegetali e comunità diverse.

Paola Fortini porta un dato che aiuta a comprendere la complessità: in Molise crescono circa 2.500 specie vegetali, eppure non conosciamo ancora con sufficiente dettaglio come questa biodiversità sia distribuita nel territorio. Manca, secondo Fortini, uno strumento fondamentale: la carta della vegetazione reale, cioè una fotografia scientifica capace di raccontare ciò che cresce realmente nei luoghi, attraverso rilievi sul campo e analisi della composizione floristica.

Sapere cosa c'era prima

Quando un incendio attraversa un territorio, la domanda non dovrebbe essere soltanto: che cosa piantiamo?

La domanda corretta dovrebbe essere: che cosa c'era qui prima del fuoco?

Conoscere la vegetazione reale permette di comprendere verso quale equilibrio naturale tende un ecosistema. Il lavoro del botanico e dell'ecologo diventa allora quello di osservare i processi naturali e accompagnarli, non imporre al territorio un modello estraneo bensì guidare la sua capacità di ricostruirsi.

La pianta giusta al posto giusto

Fortini sintetizza tutto questo con un principio tanto semplice quanto decisivo: un intervento efficace è possibile solo mettendo la pianta giusta al posto giusto.

Molti interventi realizzati dopo gli incendi non raggiungono i risultati sperati proprio perché ignorano la dinamica naturale della vegetazione: specie simili possono appartenere a condizioni climatiche e ambientali differenti.

Una scelta sbagliata può significare sprecare risorse, una scelta fondata sulla conoscenza può invece accompagnare il ritorno dell'ecosistema.

Una carta della vegetazione reale per i territori

Paola Fortini indica anche una strada concreta: i Comuni dovrebbero dotarsi di una carta della vegetazione reale, non soltanto per affrontare le conseguenze degli incendi, ma per conoscere il proprio patrimonio naturale e orientare gli interventi sul territorio perché non si può proteggere ciò che non si conosce e non si può ricostruire ciò che non si è mai osservato davvero.

A fiamme spente

Nel percorso di Mangia Fuoco questa riflessione apre una nuova prospettiva.

Abbiamo parlato di: 

  • prevenzione
  • investigazione
  • rischio.

Ora guardiamo il territorio dopo il passaggio del fuoco.

Anche qui la memoria diventa uno strumento e non soltanto memoria delle comunità umane ma memoria degli ecosistemi:

  • sapere cosa cresceva in un luogo
  • conoscere le specie
  • comprendere le relazioni tra le comunità vegetali.

Di sicuro una comunità patrimoniale deve imparare anche questo: custodire la memoria naturale del proprio territorio, perché ricostruire non significa riempire un vuoto, significa aiutare un luogo a ritrovare la propria dignità e successivamente la propria identità.

🔥 Accendiamo memorie. Coltiviamo futuro.

La Comunità Patrimoniale Mangia Fuoco

🎥 Guarda il video:

 
 

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