Prima del fuoco c’è la legna
Oggi mi sono imbattuto in un interessante articolo di Camillo Giantomasi dedicato alla tradizione della legna di Sant’Antonio a Castelvetere in Val Fortore.
Una storia, apparentemente, semplice.
Le famiglie raccolgono e depositano tronchi e fascine davanti alle proprie abitazioni. Il comitato della festa li recupera, li organizza e costruisce una grande catasta. La legna viene poi battuta all’asta per contribuire alle spese della celebrazione.
Leggendo quelle righe, mi sono soffermato su un aspetto che spesso rischia di passare inosservato.
I riti del fuoco tendono a concentrare l’attenzione sulla fiamma, sul falò acceso, sul momento culminante della festa, ma il patrimonio culturale comincia molto prima.
Comincia quando qualcuno entra nel bosco, sceglie un albero, lo taglia, lo trasporta e lo dona alla comunità. In quel momento contribuisce alla costruzione di qualcosa che appartiene a tutti: l’io sparisce e la scena appartiene al noi
Il fuoco è soltanto l’ultimo atto di una storia più lunga perché la comunità viene prima.
Il patrimonio invisibile
L’Italia custodisce centinaia di tradizioni che raramente finiscono sotto i riflettori. Eppure sono proprio queste pratiche quotidiane a conservare il significato più profondo dei riti.
Non si tratta soltanto di organizzare una festa o mantenere viva una consuetudine. Si tratta di:
trasmettere conoscenze
rafforzare relazioni
costruire appartenenza
mantenere vivo il dialogo tra persone, luoghi e memoria.
In un tempo segnato dallo spopolamento dei piccoli centri, questi gesti assumono un valore ancora più importante perché raccontano una comunità che continua a riconoscersi e a prendersi cura di sé stessa.
Oltre i confini amministrativi
Castelvetere in Val Fortore si trova in un territorio di confine e proprio i territori di confine insegnano una lezione preziosa: le tradizioni non seguono le regioni. Seguono:
le persone
i cammini
le relazioni costruite nel tempo.
Per questo motivo il progetto Mangia Fuoco – Accendiamo memorie, coltiviamo futuro lavora per documentare e mettere in relazione esperienze che appartengono a uno stesso paesaggio culturale, anche quando sono separate da province o regioni diverse.
Il fuoco, come molte altre espressioni del patrimonio immateriale, continua a tracciare mappe che spesso precedono e superano quelle amministrative.
Una domanda aperta
L’articolo di Camillo Giantomasi mi ha lasciato una curiosità: la tradizione di Castelvetere si conclude con la raccolta e l’asta della legna oppure esiste anche un momento rituale legato all’accensione del fuoco?
Qualunque sia la risposta, una cosa appare evidente: prima della fiamma c’è la legna e prima della legna c’è il dono e ancora prima del falò c’è la comunità!
Ed è proprio lì che nasce il patrimonio.
Questo articolo prende spunto da un contributo di Camillo Giantomasi dedicato alla tradizione della legna di Sant’Antonio a Castelvetere in Val Fortore, che ringrazio per aver riportato all’attenzione una testimonianza così significativa di memoria e partecipazione comunitaria.
Nicola Frenza
Ideatore del progetto
Mangia Fuoco
Accendiamo memorie. Coltiviamo futuro.
P.S.
Dopo la stesura di questo articolo sono emersi ulteriori elementi che collegano la tradizione di Castelvetere in Val Fortore a una più ampia geografia dei riti dedicati a Sant'Antonio di Padova, presenti in diverse aree d'Italia e del Mediterraneo, da Scanno a Sessa Aurunca fino a Lisbona. Un tema che il progetto Mangia Fuoco approfondirà nei prossimi mesi.
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