‘Primo Maggio, su coraggio…’ Ma cosa festeggiamo davvero?

 

Ogni anno torniamo qui.
Parole, slogan, dichiarazioni.

E ogni anno la sensazione è la stessa: stiamo celebrando qualcosa che sta cambiando sotto i nostri piedi.

Il mondo del lavoro non è più quello di una volta.
E forse non lo sarà mai più.

Ridurre tutto a “capitalismo contro rivoluzione” oggi non basta più.
Il problema è più profondo. E più scomodo.

Da che mondo è mondo, l’uomo ha sempre cercato di sollevarsi dal lavoro.

Ogni progresso nasce da lì: fare meno fatica, liberare tempo, vivere meglio.

Oggi, per la prima volta, questa possibilità è reale: macchine, automazione, intelligenza artificiale.

E allora la domanda cambia.

Non è più: chi lavora e chi no.
È: cosa diventa l’uomo quando il lavoro non è più il centro di tutto.

Nel film La classe operaia va in paradiso di Elio Petri, qualcuno aveva già intuito tutto: quel paradiso non era un luogo. Era un sogno.

E spesso arrivava dopo una giornata passata a consumarsi dentro una macchina.

Ogni epoca ha avuto la sua promessa: paradiso, rivoluzione, progresso, diritti.

Ma la struttura è rimasta la stessa: sopporta oggi, vivrai meglio domani.

E allora viene una domanda inevitabile: quanto della nostra vita stiamo vivendo davvero,
e quanto stiamo solo aspettando che migliori?

La domanda non è più: a cosa serve il lavoro.

Quella risposta ce la ripetiamo da secoli.

La vera domanda è un’altra: a chi serve il modo in cui il lavoro è organizzato oggi?

Perché il punto non è lavorare.
Il punto è come, quanto, per chi lavoriamo.

Se il lavoro:

  • occupa tutto il tempo

  • svuota l’attenzione

  • non lascia spazio alla comprensione del mondo

allora non è più solo un mezzo per vivere.

Diventa qualcosa che ti tiene dentro, senza il tempo — o la forza — per metterlo in discussione.

Non è controllo.
È stanchezza.

E persone stanche fanno meno domande.

E oggi?

Il Primo Maggio rischia di diventare come tante altre ricorrenze: un giorno per ricordare qualcosa che non sappiamo più vivere.

Un po’ come certe feste celebrate per abitudine.

E allora la domanda resta, semplice e decisiva: cosa hanno davvero da festeggiare oggi i lavoratori?

Forse il punto non è difendere il lavoro a ogni costo.
E nemmeno abbatterlo con uno slogan.

Forse il punto è un altro: preparare l’uomo a reggere la libertà che arriva quando il lavoro cambia.

Perché senza educazione, comunità e senso, non c’è né emancipazione né rivoluzione.

C’è solo vuoto.

Per questo esiste Mangia Fuoco.

Non per celebrare il lavoro.
Ma per aiutare a dare senso al tempo, quando il lavoro cambia.

Perché il futuro non si aspetta.
Si prepara.

Oggi ci sarà il concertone del Primo Maggio.
Parafrasando una vecchia canzone di Umberto Tozzi: “Primo maggio… su coraggio…”

Forse è proprio questo che manca.
Non una festa in più m
a il coraggio di guardare in faccia il cambiamento e smettere di aspettare che qualcuno lo faccia al posto nostro.

Nicola Frenza
Attivatore culturale e ideatore del progetto Mangia Fuoco
Accendiamo memorie. Coltiviamo futuro.

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