Uniformità nella diversità

In risonanza con il ciclo “Narrazioni domestiche – Libri, Pentole e Tintilia”, una riflessione autonoma su téchne, rispetto e comunità.

 

Ai miei genitori, artigiani, generatori di arte. Arte bianca nello specifico.

Gli artigiani non producono solo oggetti. Generano téchne: un sapere che tiene insieme gesto, materia e responsabilità.


Per téchne non si intende l’arte come ornamento, ma come perizia: il saper fare che governa la materia e si assume le conseguenze del proprio lavoro.

Quando ero piccolo, dietro casa mia c’era un forno a paglia.
Non si cuoceva il pane in casa: era un forno comune.
Le donne arrivavano da ogni parte, con ceste portate in testa, piene di pane da infornare.

Ogni famiglia aveva il suo segno inciso sull’impasto, per riconoscere il proprio pane una volta cotto.
Uniformità nella diversità.

Quel forno non era solo un luogo di cottura.
Era una infrastruttura sociale: tempo condiviso, fiducia reciproca, regole non scritte ma rispettate, un sapere che non apparteneva a uno solo, ma circolava.

Non è un caso che parole come forno, fornicare, forcipe condividano la stessa radice: fornix, la volta.
Luoghi coperti, laterali rispetto al centro, ma decisivi.


Sotto le volte avvengono le trasformazioni essenziali: la materia cambia stato, i corpi si incontrano, le nascite vengono assistite, la vita viene accompagnata, non comandata.

Il forno comune era questo: non casa, non mercato, non chiesa ma spazio liminale, abitato soprattutto da donne, dove il gesto diventava sapere e il sapere diventava responsabilità condivisa.

Ricordo ancora i sapori, l’odore del pane caldo e la forza della paglia che si trasformava in fuoco: fuoco che trasformava il pane, pane che avrebbe forgiato vite.

Negli anni ’60 il mio paese era chiamato la piccola Milano del Molise.
Pastifici, panifici, mulini, frantoi con sansificio annesso, marmifici e tanto altro ancora.
Non un mito, non un’eccezione. Un sistema produttivo in scala umana, fatto di trasformazione locale, valore che restava sul territorio, lavoro che teneva insieme le famiglie.

Poi sono arrivati i vapoforni. Un’altra epoca. Non migliore, non peggiore. Diversa.

Resisteva ancora il baratto perchè i contadini conferivano il grano ai fornai e in cambio ricevevano pane.
Niente denaro, niente narrazione edificante. Solo téchne: materia, lavoro, fiducia.
 

Ripensando oggi alle storie di artigianato, cucina, terracotta, lana, alle traiettorie che mettono in dialogo Molise e Patagonia, emerge una costante: le trasformazioni che durano non nascono nel centro del potere, ma nei margini che sanno tenere acceso il fuoco.

Qui l’artigianato non è folklore. È canone operativo: sapere incarnato, reti di fiducia, responsabilità reciproca.
È da qui che nascono comunità capaci di reggere il tempo.

Forno, gesto, materia.
Fuoco che lavora dentro.

‘Fuoco dentro, margine al centro.’

(by nicola)

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